"Learning by doing": il metodo per imparare l'inglese!


Come mai noi italiani facciamo così fatica sia ad apprendere che ad utilizzare la lingua inglese? Sicuramente non si tratta di un qualcosa di geneticamente prestabilito, quindi, niente scuse, e proviamo a comprendere come mai per noi è così difficile questa lingua e quali sono le possibili soluzioni a questo problema.


Gran parte delle nostre lacune derivano da chi ci ha trasmesso la conoscenza dell’inglese e dal metodo scolastico generale comunemente usato in Italia. Non è un segreto che nelle nostre scuole in passato chi si occupava di trasmettere il sapere spesso era fortemente legato ad un “programma” da seguire, centrato sulle materie intese come insiemi di contenuti, con un rapporto tra insegnanti ed alunni fondato su una forte asimmetria. Ovviamente ci saranno state alcune eccezioni.

Questo metodo (che deriva direttamente dalle teorie pedagogiste del “comportamentismo” degli anni ‘50), anche senza volerlo, è quello che è stato ereditato nelle nostre scuole, lasciando nella cultura professionale di molti insegnanti, l’immaginario della trasmissione della conoscenza, ossia un passaggio meccanico di un pacchetto di conoscenza. Cambiare punto di vista, adottando un metodo di insegnamento incentrato sull’autonoma costruzione del sapere, sull’autostima dello studente, sulla sua motivazione all’apprendimento, è la direzione che si sta intraprendendo, a volte a fatica, nelle nostre scuole. Il metodo che oggi si va diffondendo, anche grazie alle nuove teorie pedagogiche e didattiche, punta l’attenzione alle discipline nel loro aspetto creativo ed operativo. Per questo motivo diventa sempre più importante il “fare”, orientato alla soluzione di problemi. Le discipline così non sono più il fine dell’insegnamento, ma il mezzo attraverso il quale imparare a ragionare, a cooperare, a creare la propria stessa cultura, e nel caso dell’insegnamento dell’inglese, come mezzo per imparare a comunicare all’interno di un più ampio bacino d’utenza, aprendo la strada verso prospettive globali di studio e lavoro.

Questo è quello in inglese viene definito “learning by doing”, ossia imparare facendo. Chiunque di noi si sarà reso conto, grazie ad alcune esperienze, che per capire e memorizzare, è importante avere un riscontro pratico delle teorie studiate. Il learning by doing si contraddistingue per il suo valore rispetto alla normale pratica didattica, in quanto la consapevolezza delle azioni, non è solo un fare prettamente meccanico, ma è accompagnato da una logica di pensiero. Lo scopo di questo metodo è di migliorare la strategia per imparare, laddove “imparare” è spesso stato sostituito con “memorizzare”. Il punto non è fare di più ma più efficacemente. Se ad esempio confrontiamo le ore dedicate allo studio dell’inglese tra Italia e Danimarca (prima nella classifica europea per qualità e diffusione nell’uso dell’inglese nelle giovani generazioni), notiamo che non vi è alcuna differenza. Le ore infatti dedicate all’inglese sono due in entrambi i paesi europei. L’unica differenza la troviamo nel fatto che noi italiani ci concentriamo su scrittura e grammatica, i danesi invece imparano soprattutto a parlare, applicando la lingua a situazioni reali, e grazie a quest’uso impararne di conseguenza la grammatica.


Scendono in campo due diverse formazioni: Accademia vs Apprendimento spontaneo.

Un tipico esempio di apprendimento spontaneo è quello del bambino che impara a parlare riproducendo suoni e creando collegamenti logici tra essi e il loro significato, attraverso tentativi di prova ed errore. I bambini solo dopo aver imparato a parlare studiano la grammatica. Sarebbe auspicabile, quindi anche da adulti, affiancare la teoria con la pratica, per fissare subito le nozioni apprese attraverso situazioni reali.


Secondo il quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue (QCER) tra ognuno dei sei livelli di competenza (A1, A2, B1, B2, C1, C2) ci sono almeno 150 ore di studio, ore che in un anno spesso non si riescono a completare nelle scuole. E’ dunque indispensabile che quest’ultima, e le altre agenzie educative, motivino gli studenti a non studiare esclusivamente la grammatica inglese nel poco tempo che hanno, ma che li aiutino a comprenderlo e a produrlo. In questo modo i ragazzi non avranno paura di esporsi, anzi troveranno un facile riscontro tra il loro sapere e la lingua con la quale vengono in contatto, migliorando in questo modo gradualmente la loro competenza linguistica. Per fare un esempio, la grande maggioranza di italiani, non guarda i film in lingua originale (spesso inglese), ma usufruisce della versione doppiata in italiano. Tornando alla Danimarca, il 93% della popolazione preferisce guardare i film in lingua originale, contro il 19% degli italiani. Una differenza percentuale notevole.

Viene spontanea l'obiezionei: “Ovvio che guardino i film in inglese, loro lo capiscono. Se lo facessi io, non ci capirei nulla”.

E’ una giusta obiezione, ma il punto è che i danesi non guardano i film in inglese perché capiscono l’inglese… capiscono l’inglese perché guardano i film in inglese. E’ l’esposizione alla lingua, nelle scuole e nella società in generale, che li mette in grado di avere un notevole vantaggio.

Si impara meglio quando ci si diverte, e studiare rigidamente un libro di testo e le sue regole grammaticali, non diverte affatto gli studenti. Perché dovrebbero guardare un film in una lingua noiosa e difficile da capire? Questa difficoltà nella comprensione e nella produzione inoltre, scoraggia chi si approccia allo studio della lingua, il quale finisce per evitare quelle situazioni in cui ci si espone all’utilizzo della lingua inglese, in un circolo vizioso controproducente.

Ovviamente, lo studio della grammatica è essenziale per avere una buona competenza linguistica, ma sicuramente la conversazione e la pratica reale è l’unica capace di creare delle connessioni tra quella grammatica e il come si utilizzi davvero.

Per capire questo punto possiamo riflettere sul fatto che spesso abbiamo letto e scritto parole in inglese che però non riusciamo a cogliere (anche se le conosciamo benissimo) in un parlante inglese. In pratica è come se fossimo sordi a quelle parole, e sapere come si scrivono e come si leggono, ci giova ben poco se non riusciamo a riconoscerle e ad utilizzarle al momento opportuno.

Nel momento in cui una persona si trova a parlare in un’altra lingua, non conta soltanto la conoscenza, ma anche la sicurezza. Se infatti una persona non si sente sicura di quello che sta dicendo, tenderà a rinunciare a comunicare, o entrerà nel pallone finendo per non riuscire a dire neanche quello che sa dire. Questo succede con minore incidenza, se oltre allo studio sui libri, si applica un metodo informale ed interattivo di studio della lingua basato sulle reali esigenze comunicative che il mondo ci richiede. Insegnanti, scuole pubbliche, e private, dovrebbero essere pronti a motivare ed aiutare, a costruire la fiducia necessaria, per sentirsi a proprio agio con una lingua straniera, eliminando l’insicurezza attraverso attività impegnative ma anche divertenti.


Citando Ludwig Wittgenstein, la cui frase è anche il motto della nostra azienda “I limiti del mio linguaggio, sono i limiti del mio mondo”. Dobbiamo iniziare ad utilizzare le nostre capacità e le occasioni che abbiamo per rendere la nostra lingua più fluente e spontanea, riuscendo, noi per primi, a slegarci dalla concezione che spesso abbiamo, che ci dice che è impossibile per noi parlare inglese senza passare per dure, faticose e noiosissime ore sui libri.





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